Condivido una sofferenza… e una Speranza!
Né io, né nessuno di noi genitori avremmo mai immaginato di finire in questo vortice insieme ai nostri figli, ma oggi ci ritroviamo a condividere una sofferenza che sembra “non avere fine”.
Chi entra nel tunnel delle sostanze si sveglia ogni giorno con un unico pensiero: procurarsi la droga.
Per farlo, iniziano le richieste insistenti e di denaro per prima a noi genitori, poi agli amici e conoscenti, seguite dalla vendita di oggetti di casa.
Ogni cosa può essere barattata: televisori, gioielli, biciclette, persino macchine del caffè. Fino a quando noi familiari non potendo più sostenere questa spirale diciamo “basta”!
È a quel punto che scattano rabbia e minacce: si alzano le voci, si può passare all’aggressività verbale, alla violenza fisica o perfino alle minacce con armi.
Mi rendevo conto che la droga alterava i centri del piacere del suo cervello creando una compulsione irresistibile.
L’effetto della sostanza svaniva poi rapidamente, e il bisogno di un’altra dose diventava irresistibile, ossessiva.
Non si può chiedere a una persona dipendente di smettere da un giorno all’altro: la volontà è annullata, e il desiderio di appagare il bisogno è l’unico impulso che lo guida.
La libertà personale, è giustamente citata nella Costituzione, ma quando la volontà è così irrimediabilmente manipolata dalle sostanze che dominano mente ed emozioni, penso che sia necessario rivedere questo concetto di libertà ed intervenire urgentemente in modo più incisivo.
Più volte sono stato costretto a chiamare le Forze dell’ordine, che spesso non possono fare altro che constatare la situazione di degrado, ma per legge, non possono costringere il ragazzo al ricovero in ospedale …è necessario il suo consenso e la sua volontà
E quando il dramma si sta consumando…il figlio è in piena crisi, in escandescenza sono stato sempre io genitore a chiamare il 113 …ma il ricovero coatto, contro la sua volontà… il T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio) può essere fatto solo se il giovane viene trovato tanto fuori di sé da mettere in pericolo la sua vita o quella di noi familiari
Purtroppo anche il T.S.O. più spesso non è stato efficace: è durato al massimo 7 giorni, un periodo troppo breve perché i farmaci facciano il loro effetto, troppo breve perché il figlio abbia una presa di coscienza del suo problema e possa decidere di entrare in un vero percorso di cura, accettare di andare in comunità terapeutica. E appena il figlio/a esce dall’ospedale tutto ricomincia: il bisogno di denaro cresce e si passa dai piccoli furti ai reati su commissione pur di procurarsi i soldi per acquistare la sostanza.
Uno dei momenti più dolorosi per noi genitori è denunciare i nostri stessi figli. Lo facciamo quando le richieste di denaro diventano insostenibili e la loro aggressività mette in pericolo noi e loro stessi.
Ma non è una decisione presa a cuor leggero: ci tormentiamo chiedendoci se abbiamo fatto la cosa giusta, con il terrore delle possibili conseguenze sul loro futuro. Scopriamo di essere fragili quanto loro, travolti da sofferenza, ansia e angoscia.
Alla fine, come nostro figlio anche noi diventiamo le vittime della droga.
L’intervento delle forze dell’ordine porta infatti e più spesso a misure come l’allontanamento per stalking o pene alternative come gli arresti domiciliari o la “messa alla prova”.
E vediamo questo figlio sempre più lontano da noi… allontanarsi fino a finire in carcere.
Queste non sono soluzioni ma si rivelano un vero incubo per le famiglie e lasciano irrisolto il problema della dipendenza.
Cosa mi ha aiutato e oggi mi aiuta?… fondamentale è stato incontrare persone che vivono il mio e il nostro stesso dolore.
Insieme ci sosteniamo e collaboriamo con tutte le realtà coinvolte nel problema: Ser.D., servizi di Salute Mentale, Comunità terapeutiche, Forze dell’ordine, Prefetture, Giudici e tante Associazioni.
Solo il costruire una rete ci aiuta a non precipitare nel vuoto dell’impotenza, nello scoraggiamento, nella paralisi di sentire inutile e vana qualsiasi azione.
Come genitore, ho sentito la necessità di uscire allo scoperto, non per accusare le istituzioni, ma per colmare le distanze che ci separano e collaborare con loro.
Abbiamo già fatto i primi passi verso l’unione e la condivisione. Ora vogliamo instaurare un dialogo equo, costruttivo e duraturo.
Gregorio