Parlo di me, oggi cinquantenne.
Mi chiamo Francesca, sono del 73, nata vicino il quartiere Zisa di Palermo, storicamente considerato uno dei rioni pervaso da decenni da una fitta rete di “spaccio” che nel corso degli ultimi anni ha fatto circolare lungo le strade del capoluogo fiumi di droghe, soprattutto eroina e cocaina.
In quel mio periodo “tossico” non conoscevo le droghe di oggi, e non mi riferisco soltanto all’alcolismo o alla ludopatia, fenomeni sociali vecchi e nuovi che dovrebbero essere contrastati più efficacemente o meglio, combattuti tra i banchi di scuola, ma al “crack”, un derivato della cocaina prodotta e venduta a basso costo; io la definisco la droga dei poveri.
Non le conosco queste nuove droghe, ma immagino che come tutte alla fine ti fanno perdere ogni contatto con la realtà, ogni emotività relazionale con gli altri se non per uno scopo… La dose giornaliera.
Si comincia come se fosse un gioco ma non lo è, non lo sai da adolescente, non lo puoi sapere, emuli gli eroi infatti, cerchi una tua identità, un semplice o complicato modo di essere e voler capire chi sei, rispondere ai tuoi perché, anche se l’educazione di mamma e papà ti hanno detto di non accettare caramelle dagli sconosciuti, o per sentirsi già grandi, o se semplicemente perché sei curiosa.
Se non sai fumare una sigaretta o se non ti fai una canna sei una scema, tonta e non “puoi far parte della nostra comitiva”: oggi si dice comunemente essere “bullizzata”, allora non era un termine così usuale, anzi io non lo conoscevo nemmeno, ma non era il mio caso; mi sono difesa bene ed anche la suora è finita in ospedale dopo un morso “dovuto” alle mie intraprendenze adolescenziali; sono riuscita ad entrare nella comitiva, in fondo a modo mio ad “emergere”, a distinguermi, a “rosicarmi” un’identità tutta mia che mi piaceva tanto in quel momento.
Ho cominciato durante le scuole medie a fumare l’erba, la marijuana, ovviamente nascondendo tutto alla mia famiglia anche gli odori, i fumi che potevano “percepirsi” da una semplice sigaretta, ma dopo qualche anno non mi bastava più, altre cose nuove ancora da scoprire, altri “essenziali strumenti” per integrarmi nelle nuove compagnie, i grandi li chiamavo io.
Cominciai a provare la cocaina e poi l’eroina tirandola su col naso, come facevano in molti in quel periodo soprattutto in Sicilia con il tabacco, quello in polvere; anche mia nonna, ricordo ancora che comprava le bustine che chiamava le americane: lei dopo sputava, io no, a volte vomitavo ma stavo bene, anzi benissimo… Per un po’!
Credo che il termine tunnel più si addica alla situazione, alla mia condizione vissuta in quel periodo; dal tiro con il naso sono passata dopo pochi mesi al “buco”, all’endovena che arrivava “immediatamente” dentro di te e diventavi un’altra, quella che desideravi di essere, solo in pochi secondi.
Bastavano quelle iniezioni di “potenza” che si sgretolavano tutte le paure, le paranoie, lasciando la percezione di capire tutto, e non me ne fregava niente di chi, nascosto dietro una persiana chiusa, mi giudicava.
Allora non si parlava molto di prevenzione, non c’era nessuno che cercava di convincerti a venirne fuori, non c’era nessuno che ti aiutava quindi tutto avveniva in maniera nascosta.
Nessuno se ne accorgeva!
Nessuno se ne accorse fino a quando dopo alcuni anni cominciarono a mancare i soldi perché purtroppo la dipendenza da eroina ti porta, quando sei a “ruota”, ad avere astinenza, quindi cominciai con i piccoli furti all’interno di casa mia e…
La famiglia finalmente si cominciò a chiedere per quale ragione mancassero soldi ed oggetti!
La svolta, probabilmente qualche giorno prima di morire di overdose!
Ad un amico, “infognato” quanto me, oggi mio marito e padre dei miei figli, regalarono un libro del fondatore di una comunità terapeutica in Francia, Lucien Engelmajer, chiamata “Le Patriarche”.
Aspettavamo un bambino, dovevo, dovevamo prendere una decisione!
Dopo qualche mese partimmo per la comunità francese, lasciando il bambino con i nonni; i primi tre mesi ci separarono in due strutture di accoglienza diverse in modo da poter superare l’astinenza fisica e “mentale”, per poi vivere insieme il nostro percorso riabilitativo nello stesso centro… e finalmente arrivò anche mio figlio con noi!
Il percorso di riabilitazione durò due anni ma decidemmo di rimanere per altri tre in comunità, non per “paura” di affrontare il reinserimento ma semplicemente perché stavamo bene, o forse perché attraverso gli altri che arrivavano in condizioni “pietose” ogni volta rivivevamo il nostro passato.
Ci mettevamo l’anima per aiutare quelle persone ad accettare il percorso riabilitativo, dando esempio in ogni momento delle nostre giornate, seguendoli nel loro cammino e spronandoli a rimanere, a non “mollare”.
Oggi sono qui a condividere la mia esperienza, o meglio, testimoniare che dal tunnel della droga anche se difficile se ne può venire fuori.
In fondo, con queste righe, sto continuando a dare esempio!
Francesca