Il ricordo di Padre Giacomo Ribaudo… attraverso una testimonianza personale
Una lettera intima scritta da chi ha conosciuto e vissuto accanto a Lui. Emozioni, silenzi e verità che non si dimenticano.
Lettera aperta a Padre Giacomo Ribaudo

Ti scrivo come se fossi ancora qui, come se potessi leggermi — o, più probabilmente, ascoltarmi da lassù. Come facevi sempre, anche quando fingevi di non sentire. Ti ricordi quelle pagine che scrivevi, piene dei tuoi pensieri forti, in quel settimanale che avevi chiamato «La spada a due tagli»… Parlavano chiaro. Troppo chiaro. Così chiaro che qualcuno preferiva non ascoltare. Alcune, te lo confesso adesso, le ho pubblicate senza dirtelo. Alcune sono ancora online, altre no… erano troppo dirette, troppo vere.
Ce l’avevi con i poteri forti, con la politica, con le istituzioni. Anche con qualche eminenza che provava solo a zittire le tue rimostranze, le tue denunce, le tue battaglie. Ce l’avevi con tutti, sì. Non con odio, ma con forza. Tu no. Tu non ti fermavi, mai.
Hai lasciato un vuoto enorme. Ho conosciuto un frate che ha il tuo stesso umorismo, quello che sapeva far sorridere anche nel dolore. Mi ci sto avvicinando, grazie a te. Perché io e te… beh, lo sappiamo. Non ci siamo mai veramente riusciti. Eppure ci siamo sempre cercati.
Mi ricordo quando hai litigato con Biagio Conte — non me l’hai mai voluto dire il perché, ma l’ho capito da solo. E quella volta con Padre Pino Puglisi… ti ho chiesto mille volte, ma non me l’hai mai spiegato. Solo allusioni., sguardi, piccoli gesti. Come quando, al primo anniversario della sua morte, …mi hai quasi costretto a scrivere qualcosa: un ricordo, un pensiero. Poi mi hai fatto salire su quel palco, in quella piazza che era stata sua, per dirlo davanti a tutti.
Era come se tornasse anche lui, attraverso le tue parole, attraverso di me.
E poi quei bigliettini… quanti me ne hai fatti scrivere. Alcuni li scrivevi Tu, altri mi dicevi: «Scrivili tu che è meglio»… Io li arrotolavo, e tu ridevi: “Metti il nastrino, va’, e distribuiscili… a chi vuole, a chi sente.” Un pensiero con l’accento, dicevi. E io lo facevo. Anche se non capivo fino in fondo.
Ti ricordi quando guidavo e ti sei spaventato? “Non è il momento per rischiare — rallenta!”, mi dicevi. Ma io ero testardo. E tu ti arrabbiavi. Come ti arrabbiavi durante quei momenti solenni, nei tuoi riti, che per te non erano mai “una semplice messa”. Era corpo vivo, comunione vera. Io ci venivo per te, per cercare di capire… ma non ci riuscivo mai.
Tu lo sapevi, mi guardavi e capivi che la testa era lì, ma il cuore no.
Quante lacrime ho versato per te, lo sai. E forse per questo mi sono allontanato. Non volevo più saperne. Troppe verità. Ti chiamavano «il parroco antimafia»… Ma a me quell’etichetta è sempre sembrata troppo stretta. Non Ti rendeva giustizia. Tu eri scomodo per tutti: per la mafia, per la politica, per chiunque volesse il silenzio dove tu portavi voce, grido, fuoco. Anche per me, a volte, sei stato scomodo. Mi hai fatto piangere, mi hai fatto ridere, volevi insegnarmi a pregare — anche se io non capivo.
Ma oggi ti dico grazie.
Grazie perché sei stato vicino e lontano in tutti questi anni. Grazie perché sei stato la mia guida, non solo spirituale: mi hai dato una direzione concreta, mi hai mostrato che era possibile riscattarsi, ricominciare. Perché attraverso Te, molti hanno trovato la fede. Io non lo capivo allora. Ora sì.
E ora… ora ti hanno pure etichettato. Come se bastasse dire “il parroco antimafia”. Ma tu non eri solo quello, per me sei sempre stato qualcosa di più. Un testardo. Un profeta. Un rompiscatole. Un Padre.
Un’anima grande, troppo grande, per non dire la sua.
I ricordi sono troppi. Anche se abbiamo litigato tante volte, anche se io non ho mai capito del tutto quello che dicevi, anche se non ero presente… tu lo vedevi. Mi guardavi e lo capivi. E grazie a te… oggi sono ancora qui, a scriverti, come se potessi ascoltarmi.
Ciao, Padre Giacomo Ribaudo. A presto. Come sempre.
Angelo